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16 Luglio 2026
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Giappone – Intervista a don Achille Loro Piana: una vita di missione in Giappone

(ANS – Nagasaki) - Questa intervista con don Achille Loro Piana offre uno sguardo profondo sui suoi quasi 60 anni di servizio missionario in Giappone. Di seguito, il testo organizzato e arricchito con le domande iniziali e il dialogo spontaneo tenuto durante il colloquio. Può presentarsi brevemente? Mi chiamo Don Achille Loro Piana, sono un missionario salesiano. Ho fatto il…

(ANS – Nagasaki) – Questa intervista con don Achille Loro Piana offre uno sguardo profondo sui suoi quasi 60 anni di servizio missionario in Giappone. Di seguito, il testo organizzato e arricchito con le domande iniziali e il dialogo spontaneo tenuto durante il colloquio.

Può presentarsi brevemente?

Mi chiamo Don Achille Loro Piana, sono un missionario salesiano. Ho fatto il noviziato al Colle Don Bosco negli anni 1962-1963. Sono italiano e, fin dall’inizio, ho espresso il desiderio di servire come missionario in un Paese con pochi cristiani. Questo mi ha portato alla missione in Giappone. Prima di arrivarci, mi sono preparato studiando filosofia a Hong Kong, dove ho avuto l’opportunità di migliorare il mio inglese.

Cosa L’ha ispirata a scegliere la vita missionaria e, in particolare, il Giappone?

Desideravo lavorare in un luogo dove il cristianesimo fosse poco conosciuto. In Italia, tutti erano cristiani, ma sentivo che Dio mi chiamava a portare la fede dove c’era più bisogno. Il Giappone è stato un’opportunità per vivere questa vocazione in maniera piena.

Come hanno reagito i suoi familiari alla sua decisione di partire per il Giappone?

I miei genitori, in particolare mia madre, erano inizialmente contrari, ma alla fine hanno accettato, comprendendo che quella era la mia missione. Mi ricordo che, al mio ritorno in Italia dopo dieci anni come sacerdote, mia madre mi guardò e disse: ‘Non sei cresciuto!’ Era il suo modo affettuoso di esprimere quanto le fossi mancato.

Cosa ci racconta dei suoi anni di missione in Giappone?

Sono arrivato in Giappone 59 anni fa e ho svolto diversi ruoli. Ho iniziato con il tirocinio e gli studi di teologia. Successivamente ho lavorato nella formazione, creando un aspirantato nel 1974. Ho guidato molti giovani promettenti verso la vocazione salesiana.

Ho servito per 15 anni nella parrocchia di Santa Elisabetta George a Tokio, una delle più belle parrocchie che abbiamo. Ho poi lavorato nella parrocchia di Hammamatsu, che accoglie una comunità molto variegata, composta principalmente da brasiliani, filippini, peruviani e un piccolo gruppo di giapponesi.

Oggi, a 82 anni, sono cappellano delle Suore della Carità di Gesù a Nagasaki. Celebro la Messa per loro e per le consorelle più anziane nell’ospedale. Questo incarico mi permette di dedicare più tempo alla preghiera, alla meditazione e al lavoro di traduzione, che ho sempre svolto con passione.

Quali sono state le principali sfide della sua missione?

Adattarmi alla cultura e alla lingua giapponese è stata una sfida iniziale. Quando sono arrivato, non mi hanno mandato a scuola per imparare il giapponese, quindi ho dovuto studiare da solo. È stato un percorso difficile, ma necessario per integrarmi e servire al meglio.

Un’altra grande sfida è stata vedere il calo delle vocazioni. Quando sono arrivato, c’erano 148 salesiani in Giappone; oggi siamo solo 68, compresi gli anziani e gli ammalati. Tuttavia, credo che Dio non giudichi dai numeri, ma dalla qualità del nostro servizio.

Come descriverebbe il suo rapporto con la cultura giapponese?

Ho sempre ammirato la ricchezza della cultura giapponese, con le sue antiche tradizioni e il rispetto per il prossimo. Tuttavia, una cosa che manca nella loro cultura è il concetto di perdono. Ho imparato molto su questo aspetto dal mio mentore, don Osamu Mizobe, un salesiano giapponese che poi è diventato vescovo. Lui mi ha insegnato la magnanimità e la capacità di accettare e perdonare, qualità che non sono comuni in Giappone.

Ci sono stati momenti particolarmente significativi nella sua missione?

Un’esperienza che mi ha toccato profondamente è stata seguire un giovane giapponese, Ciro, nel suo percorso verso il sacerdozio. Quando l’ho conosciuto, era uno studente universitario. L’ho invitato a studiare il catechismo, e in seguito è diventato cristiano. Con il tempo, ha espresso il desiderio di diventare sacerdote e di lavorare con i poveri.

Ha affrontato molte difficoltà, come studiare in Sudan e combattere contro la malaria. Oggi sta completando i suoi studi di teologia e spiritualità salesiana. Uno dei momenti più belli per me è stato celebrare il mio 50° anniversario di sacerdozio in Italia con lui al mio fianco come diacono. È stata una grande gioia vedere la sua crescita spirituale.

Come è cambiata la sua visione della fede e della missione nel corso degli anni?

La mia comprensione della missione si è evoluta. Non penso più al missionario come qualcuno che porta la fede da un Paese cristiano a uno non cristiano. Ora vedo la missione come un’opera di crescita qualitativa, dove anche poche persone possono fare la differenza. Credo che i frutti più grandi della missione siano la santità e le vocazioni che nascono nei luoghi dove la fede è meno diffusa.

Quali consigli darebbe ai giovani che sentono la chiamata missionaria?

Dico sempre che la vita missionaria richiede sacrifici. Bisogna essere pronti a rinunciare a molte cose, perché è nella perdita che troviamo la via di Gesù. Lui ha ottenuto la sua gloria sulla croce, perdendo tutto. Le motivazioni iniziali possono essere poco autentiche, ma con il tempo devono trasformarsi in un desiderio più profondo e spirituale.

Qual è il suo messaggio per il mondo salesiano?

Il sostegno ai missionari è fondamentale, sia attraverso la preghiera che con aiuti concreti. Dobbiamo anche riconoscere il valore delle piccole comunità e dei singoli missionari che vivono con entusiasmo la loro vocazione. La missione salesiana non si misura in numeri, ma nella passione per il Vangelo e nell’amore per i giovani.

Come vede il futuro della missione salesiana in Giappone?

Sono fiducioso, nonostante le difficoltà. L’anno prossimo celebreremo il centenario dell’arrivo dei salesiani in Giappone. Questo evento ci ricorda che, anche in un contesto con pochi cristiani, la missione può portare frutti duraturi. È un’opera di Dio, e confido che continuerà con forza.

Don Achille Loro Piana ha regalato una testimonianza straordinaria, piena di saggezza, fede e umanità. La sua vita dimostra come il servizio missionario possa trasformare non solo le comunità che si servono, ma anche i missionari stessi, arricchendoli di grazia e di amore per il prossimo.

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