ANS - AGENZIA INFO SALESIANA

02 Febbraio 2026
ANS - Agenzia iNfo Salesiana

Italia – La morte di San Domenico Savio raccontata ai ragazzi di oggi

(ANS – Nebbiuno) – La Compagnia dell’Immacolata Concezione di Nebbiuno, in Provincia di Novara, Piemonte, invita tutti i ragazzi a conoscere meglio il lieto fine della vita di San Domenico Savio. In particolare, l’invito è rivolto ai suoi amici, cioè ai ragazzi raccolti nelle associazioni legate al suo nome e agli educatori che le presiedono e le organizzano. La “Vita…

(ANS – Nebbiuno) – La Compagnia dell’Immacolata Concezione di Nebbiuno, in Provincia di Novara, Piemonte, invita tutti i ragazzi a conoscere meglio il lieto fine della vita di San Domenico Savio. In particolare, l’invito è rivolto ai suoi amici, cioè ai ragazzi raccolti nelle associazioni legate al suo nome e agli educatori che le presiedono e le organizzano.

La “Vita di Domenico Savio” scritta da Don Bosco, che nei 110 anni precedenti è stata un punto fermo, nel 1967 è diventata un punto di partenza. Da tutti, è stata avvertita l’esigenza di comporre una “Vita” radicata nella tradizione, ma veramente nuova, cioè veramente post conciliare, attenta al santo, da ammirare ed imitare, ma altrettanto attenta al ragazzo in carne ed ossa, da comprendere ed accogliere.

Il percorso compositivo, iniziato e portato avanti dagli storici e dai biografi salesiani, è stato recentemente completato dalle ricerche e dagli studi curati da Ornella Ceruti per conto della Compagnia dell’Immacolata di Nebbiuno.

Il progetto, che ha richiesto quindici anni di lavoro, ha raggiunto l’esito sperato, perché è stato ispirato dal cuore di Domenico Savio. La “Vita” tradizionale racconta la storia solo dal punto di vista del cuore di Don Bosco educatore. La nuova “Vita” racconta la storia anche dal punto di vista del cuore di Domenico Savio, che, come tutti i ragazzi, è vissuto d’amicizia.

La vita di San Domenico Savio riletta da “La Compagnia dell’Immacolata Concezione” di Nebbiuno

Per Domenico Savio (1842-1857), ad essere vitale, non è solo l’amicizia con Gesù e con Maria, ma è anche quella con Giovanni Massaglia di Marmorito (attuale Marmorito di Aramengo, 1838-1856), nel quale, quando hanno rispettivamente 11 e 15 anni d’età, trova il provvidenziale fratello maggiore, che decide in positivo il suo futuro. Insieme raggiungono in tempi brevi la vetta della santità, insieme fondano la Compagnia dell’Immacolata Concezione, embrione della nascente Congregazione Salesiana e vivaio di vocazioni sacerdotali salesiane, anche missionarie.

Dunque, il vero segreto di Domenico è il tesoro che trova mettendo in pratica la lezione basilare e sempre valida, cioè quella in materia di buone amicizie, grazie alle quali è possibile mantenere i buoni propositi e raggiungere traguardi straordinari, anche quando si parte svantaggiati.

Pur essendo ostacolato dall’innata debolezza polmonare, Domenico riesce ad andare lontano e ad arrivare in alto, perché il suo compagno di cammino ha pari aspirazioni al sacerdozio e alla santità (garantito da Don Bosco) e pari virtù morali e mistiche (accertate da don Caviglia e don Molineris), sommate alla fortuna di essere sano e robusto e di essere più avanti di quattro anni nell’età e negli studi (è coetaneo di Cagliero e Rua, è figlio di Don Bosco già dal 1853, è chierico di Don Bosco dal 1855).

La storia di Domenico Savio non è che la storia della sua amicizia con Giovanni Massaglia, nata a Mondonio nel 1853 e diventata matura e fruttuosa nell’anno scolastico 1854/55 e nella prima metà del successivo, periodo in cui entrambi sono oratoriani di Don Bosco. Tenendo presente questo legame, tutti gli scenari della vita di Domenico, compresi gli ultimi, si svelano e si comprendono a fondo, perché assumono lo spessore umano della vita vera.

Venendo all’epilogo, accade ciò che Don Bosco aveva previsto in un sogno. Infatti, la santa amicizia che li rende inseparabili, li porta a condividere anche la tubercolosi polmonare. La malattia, contratta dal compagno cagionevole, si porta via il Massaglia in soli tre mesi, trascorsi in famiglia († 20 maggio 1856, diciottenne), e la sua fine è l’inizio della fine del Savio.

Scrive Don Bosco: “Alla perdita di questo vero amico, che si era così tanto adoperato per il suo bene, Domenico fu profondamente addolorato e, per la prima volta, vidi il suo volto rattristarsi e piangere di dolore. Lo pianse per più giorni e, in tutto il tempo in cui gli sopravvisse, l’ebbe sempre presente e più volte manifestò il desiderio di raggiungerlo in Cielo. Il suo unico conforto fu di ricordarlo nel Signore, specialmente quando andava a fare la santa Comunione, alla quale erano soliti accostarsi insieme. Questa perdita fu un colpo molto duro per il tenero cuore di Domenico ed anche la sua salute, già precaria, ne risentì notevolmente”. 

Nell’estate e nell’autunno del 1856, Domenico trascorse in famiglia lunghi periodi di malattia. Durante la prima metà dell’anno scolastico 1856/57, l’Oratorio lo vide presente, ma incapace di recarsi regolarmente a scuola e, spesso, incapace di alzarsi dal letto. Il 1° marzo 1857, lasciò per sempre la casa di Don Bosco, sapendo di essere a pochi passi dalla ricompensa promessagli dal Signore.

Le mura domestiche ambientano gli otto giorni che gli restano. Gli ultimi cinque sono quelli in cui riceve le visite del chirurgo, che cerca di curarlo praticandogli dei salassi, e del parroco, che gli amministra i Sacramenti degli infermi. Mentre attraversa queste esperienze, che esauriscono le sue forze, Domenico non è solo, perché la famiglia Savio è numerosa ed amata dai vicini di casa e dai compaesani.

Però, è come se fosse solo, perché l’unica persona che vorrebbe avere accanto, è l’amico che lo ha preceduto in Cielo e che quindi può confortarlo solo spiritualmente. Presenza spirituale che diventa quasi palpabile, nel momento in cui la ospita nel suo cuore consumando il Viatico, ultima Comunione della sua vita. E, arrivati a questo punto, sono dieci mesi che, quando si raccoglie nel Signore o si fa animo, Domenico si mette una mano sul petto, gesto che racchiude un mondo, perché il taschino della sua camicia custodisce tutto ciò che gli resta di Giovanni, cioè la sua lettera d’addio, che termina così: “Caro Domenico, ricordami di tutto cuore nel Signore, specialmente quando fai la santa Comunione, e fatti coraggio. La santa ed amabile volontà di Dio ora sta per separarci, ma un giorno saremo amici per sempre nella felice eternità”.

Il 9 marzo, a tarda sera, questa prospettiva si avvicina ed il ragazzo la aspetta con serenità, alternando il riposo alla veglia. Al suo capezzale, non c’è solo suo padre Carlo, ma c’è anche il nonno materno di Giovanni Massaglia (Giovanni Garesio di Mondonio, sessantenne), pronto a sollevare il povero genitore dai due compiti più penosi: esaudire l’ultimo desiderio del figlio, leggendogli le preghiere della buona morte, e poi recarsi in parrocchia, per dichiararne il decesso e firmarne l’atto di morte († 9 marzo 1857, quasi quindicenne).

Per concludere, non resta che riempire di significato l’ultima frase pronunciata da Domenico, frase spezzata sulla quale Don Bosco ricama quel: “Oh! che bella cosa io vedo mai…”. A specchiarsi nei suoi occhi limpidissimi, è uno scenario ben preciso, è il lieto fine della storia, che si svolge come pattuito dai due giovani nel loro scambio epistolare d’addio. A scattare l’istantanea, sono le ultime parole scritte da Domenico Savio: “Mio caro Massaglia, facciamo così: colui che sarà il primo di noi ad andarsene in Paradiso prepari un posto all’amico, e quando lo andrà a trovare, gli porga la mano per introdurlo nell’abitazione del Cielo”.

Per ricevere maggiori informazioni e/o materiale didattico gratuito, visitare il sito: www.massagliaesavio.altervista.org, che espone l’intero progetto, o scrivere a: compagniaimmacolataconcezione@gmail.com 

Ornella Ceruti 

 

© 2026 ANS - Agenzia iNfo Salesiana. All Rights Reserved.
Torna in alto
This site is registered on wpml.org as a development site. Switch to a production site key to remove this banner.