Italia – Concluso il VI incontro mondiale dei Salesiani Cooperatori: Fedeli alla Chiesa e a Don Bosco
(ANS – Sacrofano) – “Viviamo una fase storica segnata da grandi cambiamenti culturali, crisi sociali, guerre, migrazioni, nuove povertà materiali e spirituali. La tentazione del pessimismo è forte: ‘non si può fare più nulla’, ‘i giovani non ascoltano’, ‘la società è perduta’. Eppure, proprio oggi, il Signore ci chiama a essere lievito: piccolo, mescolato alla pasta, nascosto, ma vivo e capace di generare fecondità”: è quanto ha affermato il Rettor Maggiore dei salesiani, Don Fabio Attard durante il VI Congresso Mondiale dei Salesiani Cooperatori sul tema: “Essere lievito per essere fecondi” che si è concluso domenica 10 maggio a Sacrofano.
L’evento è stata anche l’o ccasione per festeggiare i 150 anni dell’associazione. La riflessione che Don Attard ha voluto condividere è stata articolata in tre parti. Nella prima, si è soffermato al progetto originario “che lo Spirito ha suscitato nel cuore di Don Bosco, per capire come i cooperatori sono stati fin dall’inizio pensati come ‘lievito’ nella Chiesa e nella società”.
“Fin dai primi anni dell’oratorio di Valdocco – ha ricordato il Rettor Maggiore – Don Bosco comprende che il sogno di ‘salvare i giovani’ non può essere un’impresa solitaria. Lo vediamo circondato da sacerdoti e laici, uomini e donne, adulti e giovani, benefattori, amici, artigiani, insegnanti. Quello che offre ai ragazzi non è solo un servizio sociale o una pia devozione, ma un’esperienza integrale: educazione, lavoro, amicizia, fede”.
In questo progetto, “i Salesiani Cooperatori non nascono come un ‘accessorio’, ma come parte integrante di questa comunità allargata: un movimento di persone come lievito di spirito salesiano nel mondo. Non tutti possono vivere in una comunità religiosa, non tutti possono dedicarsi a tempo pieno a un’opera, ma molti, moltissimi –ha spiegato Don Attard – possono portare lo spirito di Valdocco dentro la famiglia, il lavoro, la società, l’impegno civile. Come il lievito, i Salesiani Cooperatori sono chiamati a stare dentro la pasta, non a parte”.
A distanza di 150 anni “la missione dei salesiani cooperatori continua a essere una risposta più che mai attuale e urgente”. L’obiettivo di Don Bosco era la salvezza dei giovani. “Per lui, questo significa aiutare i ragazzi a diventare uomini e donne pienamente umani, capaci di lavoro, di affetto, di fede, di cittadinanza responsabile. Perché salvezza – ha proseguito – è vita piena, qui e ora, dove il tempo è aperto alla vita eterna”.
Nella seconda parte, il Rettor Maggiore ha presentato ha voluto spiegare cosa significa essere lievito salesiano nella storia, e lo ha fatto facendo riferimento a “quattro tratti che emergono dal progetto di Don Bosco: la collaborazione attiva e la corresponsabilità; la centralità dell’educazione dei giovani come asse portante; lo spirito di carità pastorale come via di santità personale e la presenza nella società per il bene comune”.
Nella terza parte, a partire dall’icona evangelica delle nozze di Cana, il sacerdote ha provato a “declinare quattro verbi – guardare, ascoltare, scegliere, agire – come atteggiamenti concreti di un lievito salesiano chiamato a essere fecondo oggi”.
Il primo verbo è guardare. “Il lievito – ha detto – non lavora se non è ‘messo’ nella pasta giusta. Perciò occorre saper vedere dove la vita dei giovani fatica a ‘lievitare’, dove le relazioni si raffreddano, dove la speranza si spegne”.
Il secondo è ascoltare. “Il lievito non agisce se resta duro e separato: deve lasciarsi impastare con la farina. Per noi, questo significa intraprendere un cammino di ascolto profondo”.
Il terzo è scegliere. “Il lievito non può essere dappertutto allo stesso tempo; deve essere impastato in una pasta concreta. Così anche l’associazione non può fare tutto: deve discernere e scegliere”.
Infine, il quarto verbo è agire. “A Cana, dopo aver ascoltato Maria e Gesù, i servi riempiono le anfore di acqua, la portano al maestro di tavola, e il miracolo accade. Loro fanno la loro parte; il resto lo fa il Signore”. Di qui, il sacerdote salesiano ha evidenziato due parole “che ritornano nel nostro cammino: credenti e liberi. In questa fase storica, essere credenti non significa rifugiarsi nel passato o difendersi dal mondo, ma affidarsi al Dio della vita che continua ad agire oggi nella storia, spesso in modi sorprendenti. Da questa fede nasce la libertà interiore. Una libertà che non è fare ciò che si vuole, ma essere disponibili a ciò che lo Spirito suggerisce. Liberi dalla nostalgia, per non restare prigionieri di modelli che non parlano più ai giovani di oggi. Liberi dalla paura, per non avere timore di entrare nelle nuove periferie, digitali, culturali, esistenziali. Liberi di essere piccoli e nascosti, perché sappiamo che la vera fecondità non è nostra ma di Dio”.
Francesco Ricupero
Fonte: L’Osservatore Romano