(ANS – Los Angeles) – In molte comunità, specialmente all’interno della Famiglia Salesiana, i giovani sono spesso ben visibili. Leggono durante la Messa, cantano nel coro, danno una mano agli eventi e riempiono lo spazio di energia. Ma la visibilità non equivale alla partecipazione.
A volte, in realtà, i giovani vengono trattati più come una sorta di decorazione che come guida. Presenti, ma non protagonisti. Inclusi, ma a cui non vengono affidate responsabilità. Questo non è lo stile salesiano. E certamente non è lo stile evangelico.
Il carisma salesiano, ispirato da Don Bosco, è sempre stato radicato in una convinzione coraggiosa: i giovani non sono solo il futuro, sono il presente. Non destinatari passivi, ma costruttori attivi.
Eppure, nella pratica, è facile cadere nella tentazione di voler controllare tutto. Gli adulti pianificano, organizzano e decidono. I giovani sono invitati a dare una mano, ma raramente a dare forma alle cose.
Per avere un cambiamento, per creare un legame, si deve passare da “Come li coinvolgiamo?” a “Come ci fidiamo di loro?”. Perché i giovani non vogliono solo un ruolo. Vogliono una voce.
Di questo tema ha scritto Juan Carlos Montenegro, Direttore Esecutivo del “Salesian Family Youth Center” di Los Angeles, che ha raccolto ed esaminato alcune riflessioni, dalle quali emergono chiaramente alcuni modelli ricorrenti.
“I giovani instaurano un legame migliore con gli adulti che sono coerenti – ha spiegato Montenegro –. Che sono presenti. Che non cambiano tono a seconda dell’umore o della situazione. Rispondono bene agli adulti che ascoltano senza intervenire per correggere, sistemare o fare la predica. E si allontanano rapidamente quando si sentono giudicati, ignorati o controllati. Inoltre – prosegue – riconoscono immediatamente l’autenticità. Se siamo sinceri, si avvicinano. Se recitiamo, si allontanano. Questo si allinea perfettamente con il Sistema Preventivo Salesiano: ragione, religione e amorevolezza. Non controllo, non distanza, non paura. In altre parole, la relazione prima di tutto. Sempre”.
Se c’è qualche dubbio sul fatto che i giovani possano assumere un ruolo di guida, è la Scrittura stessa a dissiparlo rapidamente. Si prenda Davide, un adolescente ignorato da quasi tutti, eppure colui che si fa avanti quando nessun altro lo fa. Non aspetta di essere “pronto”. Agisce con coraggio e fiducia. O Maria, che era molto giovane quando fu pronta a dire di “sì” a qualcosa di molto più grande di lei. Poi c’è Geremia, che dice letteralmente a Dio di essere troppo giovane per parlare, ma che poi da Dio stesso trova una grande forza interiore. E non si può dimenticare Timoteo, incoraggiato dall’apostolo Paolo con il famoso monito: “Nessuno ti disprezzi per la tua giovane età”.
Il modello è sempre lo stesso. Dio non aspetta che le persone maturino per renderle importanti. Allora perché noi lo facciamo?
Se si crede che i giovani possano essere protagonisti, allora ci si deve comportare di conseguenza. Ciò significa, prosegue Juan Carlos Montenegro, affidare loro responsabilità che contano davvero, non solo compiti, anche accettando che le cose possano apparire diverse
A volte sarà un po’ caotico? Certamente. Ma lo è stato ogni momento significativo di crescita.
D’altra parte, il controllo porta al rispetto delle regole, ma è la fiducia che porta al senso di appartenenza. Ed è nel senso di appartenenza che la fede diventa qualcosa di personale.
Ecco allora che viene posta una domanda scomoda: si stanno creando spazi in cui i giovani si sentono necessari o in cui sono semplicemente accolti?
Perché c’è una differenza.
Accolti significa: “puoi stare qui”.
Necessari significa: “senza di te non funziona”.
Don Bosco non ha creato ambienti in cui i giovani si limitassero a partecipare. Ha creato luoghi in cui potessero sentirsi a casa e dare il loro autentico e unico contributo.
“Se vogliamo rimanere fedeli a quella missione – continua Montenegro – dobbiamo essere disposti a fare un passo indietro, quanto basta per permettere loro di fare un passo avanti”.
I giovani non sono una semplice cornice della Chiesa. Non sono lì per riempire i banchi, tenere le candele o completare il quadro. Sono pensatori, leader, creatori e credenti in fase di formazione proprio in questo momento.
Quando gli adulti si presentano con costanza, ascoltano con rispetto e affidano loro responsabilità concrete, qualcosa cambia.
I giovani non si limitano si limitano a partecipare.
Guidano.
E quando ciò accade, la Chiesa non sembra solo più giovane.
Diventa più viva.



