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03 Maggio 2026
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Italia – Una serata di pedagogia presso l’Istituto Salesiano Enrico di Sardagna con il professor Enrico Galiano: “Meglio veri che perfetti”

(ANS – Castello di Godego) – “Non serve essere perfetti. Serve esserci.” In un’epoca che corre veloce, ossessionata dalla performance e dal risultato immediato, queste parole hanno risuonato con una forza dirompente durante l’incontro dello scorso 21 aprile 2026 presso l’Istituto Salesiano “Enrico di Sardagna” a Castello di Godego (TV). Insieme al professor Enrico Galiano i partecipanti hanno intrapreso un…

(ANS – Castello di Godego) – “Non serve essere perfetti. Serve esserci.” In un’epoca che corre veloce, ossessionata dalla performance e dal risultato immediato, queste parole hanno risuonato con una forza dirompente durante l’incontro dello scorso 21 aprile 2026 presso l’Istituto Salesiano “Enrico di Sardagna” a Castello di Godego (TV). Insieme al professor Enrico Galiano i partecipanti hanno intrapreso un viaggio profondo nel cuore dell’educazione, riscoprendo che i ragazzi non cercano genitori impeccabili, ma adulti capaci di credere in loro, proprio come faceva Don Bosco: restando accanto, incoraggiando e facendo sentire ogni giovane unico e capace.

Oggi questo compito appare più delicato che mai, schiacciato tra l’ansia del controllo genitoriale e la paura di far provare ai ragazzi l’esperienza del dolore. Galiano ha invitato i presenti a recuperare l’arte giapponese dell’Oya, ovvero il saper stare “in piedi sull’albero a guardare”, imparando l’arte difficile del fare un passo indietro per non sostituirsi ai propri figli nel tentativo di risparmiare loro ogni caduta. Questa forma di “algofobia”, la fobia del dolore che spinge a monitorare ogni istante della loro vita, dal registro elettronico alle piccole frustrazioni quotidiane, rischia di trasformarsi in ostacoli per la loro crescita. Citando Khalil Gibran, il professore ha ricordato ai partecipanti che devono essere come l’arco, solido e flessibile, pronto a scoccare i ragazzi verso il bersaglio della loro esistenza senza pretendere di dirigerne ogni millimetro della traiettoria.

Perché la crescita passi attraverso radici solide, è fondamentale concedere ai giovani il diritto alla propria “fase Amburgo”: proprio come i Beatles dovettero affrontare mesi di fallimenti e locali fatiscenti prima di diventare icone, così i ragazzi hanno bisogno di sbagliare, di inciampare e di ricalibrare i propri obiettivi nel caos della sperimentazione.

La comunità educante è chiamata a praticare un amore “senza se”, incondizionato, capace di accogliere l’errore con un sereno “succede, riproviamo”. Solo così si può contrastare quella dolorosa statistica che vede i sogni dei ragazzi crollare drasticamente nel passaggio dalle medie alle superiori. Non è realismo, ma “impotenza appresa”: i giovani smettono di sognare perché gli adulti smettono di credere in loro. Qui entra in gioco l’effetto Pigmalione: lo sguardo fiducioso dell’adulto ha il potere di plasmare l’identità del giovane, dando voce a chi urla solo per il bisogno disperato di essere visto.

La riflessione pedagogica di Galiano ha trovato il suo culmine nella toccante storia di Marco, un giovane soffocato dal dovere di essere un campione, per non deludere le aspettative del padre, fino all’autolesionismo. Davanti a quella sofferenza, la risposta di un padre diventa un manifesto per tutti: “Preferisco un figlio vivo a un figlio campione”.

Accettare i ragazzi nella loro meravigliosa imperfezione è l’unico modo per realizzare la missione dell’Istituto Salesiano, ricordando che, in fondo, è sempre meglio essere veri che essere perfetti.

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