(ANS – Luanda) – “Io vengo in Africa principalmente come pastore, come capo della Chiesa Cattolica, per stare con, per celebrare con, per incoraggiare e accompagnare tutti i cattolici africani”. Con queste parole nette, Leone XIV ha ribadito il senso del suo lungo viaggio in terra africana, nel volo che lo ha portato, sabato 18 aprile 2026, dal Camerun all’Angola.
Dopo le partecipatissime Messe presiedute nelle ultime tappe della sua visita in Camerun – quella di venerdì al “Japona Stadium” di Douala, con 120mila fedeli presenti; e quella di congedo, sabato, all’aeroporto militare di Yaoundé, con circa 200mila persone partecipanti, durante la quale ha incoraggiato il popolo del Camerun a rimanere saldi in Cristo per essere “sale e luce di questa terra” – il Santo Padre ha fatto il suo ingresso in Angola, terza tappa del suo viaggio apostolico.
Molti gli appuntamenti per il Papa per questa terza fase del suo viaggio africano, all’insegna del motto “Papa Leone XIV, pellegrino di speranza, riconciliazione e pace, benedice l’Angola”.
L’avvio è stato dato nel pomeriggio di sabato, con la visita di cortesia al Presidente della Repubblica João Manuel Gonçalves Lourenço, e poi, a seguire, nel Padiglione Protocollare, con l’incontro con le circa 400 autorità politiche e religiose, con gli imprenditori e i rappresentanti della società civile e della cultura.
Nella circostanza il Pontefice ha ricordato innanzitutto le vittime delle recenti inondazioni a Benguela, che hanno causato una trentina di morti e oltre 34.000 sfollati. Poi ha evidenziato le “cicatrici” dello sfruttamento del Paese generate da “prepotenti interessi” predatori: “Occorre rompere questa catena di interessi che riduce la realtà e la vita stessa a merce di scambio (…) Quanta sofferenza, quante morti, quante catastrofi sociali e ambientali porta con sé questa logica estrattivistica”.
Da parte sua, esortando alla costruzione di un Paese rinnovato, che “può crescere molto” se i suoi vertici sapranno credere nella “multiformità della sua ricchezza”, Papa Leone ha incoraggiato i leader locali: “Non abbiate timore del dissenso, non spegnete le visioni dei giovani e i sogni degli anziani, sappiate gestire i conflitti trasformandoli in percorsi di rinnovamento. Anteponete il bene comune a quello di parte, non confondendo mai la vostra parte col tutto. La storia allora vi darà ragione, se anche nell’immediato qualcuno vi sarà ostile”.
Nella giornata di domenica 19, invece, due sono state le tappe fondamentali: la Messa della III Domenica di Pasqua a Kilamba; e nel pomeriggio, il Rosario nella spianata antistante il Santuario mariano di “Mama Muxima”.
Nel primo dei due appuntamenti, davanti a circa 100mila fedeli, commentando il brano dei discepoli di Emmaus previsto dalla liturgia, il Vescovo di Roma ha paragonato il percorso nazionale a quello dei due discepoli del Vangelo, osservando che davanti agli incidenti di percorso si può perdere la speranza e rimanere “paralizzati dallo scoraggiamento”. La soluzione, per il popolo dell’Angola, come per i due discepoli di Emmaus, non scaturisce dall’attuazione di una propria strategia: è un dono, che viene dall’Alto. “Il Signore si affianca ai due discepoli delusi e a corto di speranza e, facendosi loro compagno di strada, li aiuta a rimettere insieme i pezzi di quella storia, a guardare oltre il dolore (…). Ecco tracciata anche per noi, per voi, cari fratelli e sorelle angolani, la strada per ricominciare: da una parte la certezza che il Signore ci accompagna e ha compassione di noi, dall’altra l’impegno che Egli ci chiede”.
Al tempo stesso, e proprio per fedeltà al Signore, il Santo Padre non ha fatto mancare un richiamo alla realtà locale, raccomandando di non mescolare con la fede “elementi magici e superstiziosi che non aiutano nel cammino spirituale”; e ha invocato per gli angolani, in un Paese ferito da una lunga guerra civile, una Chiesa che li accompagni e che raccolga “il grido dei suoi figli”.
Nel pomeriggio, tra l’entusiasmo e la devozione di 30mila persone, presso il Santuario di Mamã Muxima – antico luogo di culto le cui origini risalgono al XVII secolo, che sorge lì dove i colonizzatori portoghesi smistavano merci e persone schiavizzate per deportarle in Brasile – il Papa ha guidato la preghiera del Rosario, con i diversi misteri introdotti da un giovane, un bambino, una famiglia, una religiosa e un seminarista.
Al termine della preghiera, Papa Prevost ha preso la parola e in portoghese ha chiesto di impegnarsi per “amare ogni persona con cuore materno, in modo concreto e generoso” e a spendersi “specialmente dei più poveri”.
“È l’amore che deve trionfare, non la guerra! Questo ci insegna il cuore di Maria, il cuore della Mamma di tutti”, è stato il messaggio centrale del suo discorso, nel quale ha pure rivolto uno speciale e accorato appello ai giovani, “a costruire un mondo migliore”, dove non ci siano più “ingiustizie”.
A tutti, infine, ha lasciato l’esempio di Maria: “La Madonna ci chiede di lasciarci coinvolgere dai sentimenti del suo cuore, per essere come Lei operatori di giustizia e portatori di pace”.