RMG – Al via la sessione del Consiglio Generale: la prima “buonanotte” affidata a Don Alphonse Owoudou

(ANS – Roma) – È iniziata lunedì 6 luglio la sessione estiva del Consiglio Generale della Congregazione Salesiana. Durante questo periodo, come da tradizione, i consiglieri sono invitati a rivolgere, dopo la preghiera dei Vespri, il messaggio della buonanotte ai membri della Comunità della Sede Centrale.

La prima buonanotte è stata affidata a don Alphonse Owoudou, Consigliere Regionale per l’Africa Centrale e Ovest, che ha condiviso una riflessione nata da una serie di esperienze vissute negli ultimi mesi in diverse realtà dell’Africa centro-occidentale, esperienze che, pur nella loro diversità geografica e culturale, convergono attorno a un’unica domanda fondamentale: come accompagnare oggi, con fedeltà e creatività, il cammino formativo e profetico della Chiesa e della Congregazione.

La formazione non è una linea retta

Don Owoudou ha ricordato innanzitutto il curatorium di Yaoundé, nella sua ispettoria, crocevia strategico per la formazione nella regione, dove hanno sede il centro dei coadiutori – unico nel suo genere in Africa – e il teologato francofono, attualmente in fase di rinnovamento. Quest’anno un gruppo di quindici studenti al primo anno di teologia frequenta l’Università Cattolica, mentre chi aveva già iniziato prosegue alla Scuola di Teologia San Cipriano: una novità, ha sottolineato il consigliere, che richiede di essere approfondita per armonizzare i due percorsi e riadattare il programma della casa.

È seguito il curatorium di Lomé, arricchito dalla presenza di numerosi ispettori e dalla collaborazione con Don Silvio. Il lavoro sugli statuti, alla luce del recente Capitolo Generale e della quinta edizione della Ratio, ha messo in luce come le strutture non possano essere semplici contenitori organizzativi, ma debbano incarnare una visione teologica e pedagogica coerente con le sfide contemporanee.

Don Owoudou ha poi ricordato la visita al noviziato del Ghana, momento di ascolto privilegiato attraverso l’incontro con formatori, novizi e tirocinanti, che ha permesso di cogliere sia la vitalità sia le fragilità dei percorsi vissuti sul campo: «come in un laboratorio vivente», ha spiegato, «la formazione non è una linea retta, ma un processo dinamico, fatto di tensioni, attese e scoperte».

La situazione ad Haiti

Una menzione particolare è stata dedicata alla situazione di Haiti, segnata da grave instabilità, che ha imposto una modalità diversa di accompagnamento attraverso incontri online con confratelli, giovani in formazione e formatori. Nonostante le difficoltà, questi incontri hanno rivelato una sorprendente capacità di resilienza, toccando temi come fiducia, paura, ambizioni e discernimento.

Don Owoudou ha voluto sottolineare il coraggio dei confratelli haitiani, sempre sostenuti dall’animazione di don Morachel, ispettore, e del suo Consiglio. Ha condiviso la gioia di essere stati raggiunti recentemente, per via telematica, dallo stesso Rettor Maggiore, e per ben tre volte dal Consigliere Regionale per l’Africa: un segno concreto di vicinanza al resto della Congregazione, anche nella distanza imposta dalle circostanze.

In questo contesto, la lectio divina ispirata al racconto di Emmaus (Lc 24), intitolata “Non aver paura della verità”, è nata proprio dall’esigenza di affrontare un tema emerso con chiarezza in alcune case di formazione: la paura – paura del giudizio, paura di non essere accolti, paura che riaffiora in momenti delicati come gli scrutini e le ammissioni. Da qui il rischio, ha avvertito il consigliere, di scivolare verso due pedagogie parallele e in tensione tra loro: quella propriamente preventiva, fondata sui pilastri di ragione, religione e amorevolezza, e un’altra, meno preventiva e talvolta apertamente repressiva, che genera distanza anziché fiducia. Il racconto di Emmaus offre allora una chiave interpretativa alternativa: Gesù vi appare come il compagno che raggiunge il viandante sulla strada, che ascolta prima di parlare, e che solo dopo pronuncia una parola forte – ma una parola che non minaccia e non umilia. «Il formatore, come Cristo», ha spiegato Don Owoudou, «è chiamato a farsi compagno di strada, capace di ascoltare, illuminare e inviare»: un modello di formatore, di superiore, di compagno di viaggio, per dirla in termini sinodali.

Una nuova ispettoria e un nuovo vescovo

Don Owoudou ha inoltre citato l’erezione della nuova ispettoria dell’Africa tropicale equatoriale, avvenuta il 24 giugno, definendola un cambiamento non solo amministrativo ma simbolico, che segna il passaggio a una maggiore maturità ecclesiale. Ha però sottolineato come la complessità del contesto (cinque nazioni, tre lingue, distanze considerevoli e fragilità sociopolitiche) richieda un accompagnamento attento e continuativo.

Il consigliere ha infine dedicato ampio spazio alla vicenda di Mons. Miguel Ángel Nguema Bee Etete, salesiano, che pur essendo vescovo dal 2017 ha vissuto in questi mesi un passaggio significativo: non un’ordinazione episcopale, ma il trasferimento dalla diocesi di Ebebiyín a quella di Bata, in Guinea Equatoriale, che già amministrava come Amministratore Apostolico dal dicembre 2024 e di cui il Santo Padre lo ha nominato vescovo residenziale lo scorso 14 maggio 2026.

Nato a Bata il 13 luglio 1969 e ordinato sacerdote nel 2000, Mons. Nguema è stato Ispettore dell’ATE per due anni (2015-2017), dopo due trienni come Vicario ispettoriale accanto a don Manolo Jiménez. Vescovo di Ebebiyín dal 1º aprile 2017 (consacrazione episcopale il 20 maggio dello stesso anno), ha guidato la diocesi di Bata come Amministratore Apostolico prima di esserne nominato Pastore proprio: un cammino che lo ha visto protagonista, in questo ruolo, anche dell’incontro di Papa Leone XIV con i giovani allo stadio di Bata, nell’aprile 2026.

Il trasferimento a Bata ha per lui un significato particolare: è la città dove è nato e dove è stato ordinato sacerdote. Nell’omelia della celebrazione, Mons. Nguema ha confidato la gioia di «tornare a casa», accolto dalla commozione manifesta dei fedeli, e ha voluto sottolineare la propria identità di figlio di Don Bosco, sempre sostenuto dalla sua famiglia religiosa in nove anni di servizio alla Chiesa locale.

Particolarmente incisivi, ha ricordato don Owoudou, sono stati anche i due messaggi centrali dell’omelia: il primo sulla vita comunitaria dei sacerdoti, per cui non basta condividere uno spazio ma è necessario costruire relazioni autentiche capaci di testimoniare la comunione ecclesiale; il secondo, di forte valenza profetica, sulla libertà da ogni affiliazione politica. «Essere vescovo per tutti», ha ribadito il consigliere, non è uno slogan ma una scelta esigente, che implica il coraggio di rinunciare a privilegi e protezioni per custodire la libertà del Vangelo.

Come Cristo e come i profeti

Concludendo il suo messaggio, don Owoudou ha affermato che tutte queste esperienze convergono verso una stessa convinzione: la dimensione profetica non è un elemento accessorio, ma costitutivo della vita cristiana e religiosa. Come Cristo e come i profeti, ha detto, siamo chiamati a una testimonianza che non teme il costo della verità: anche quando questo comporta la perdita di sicurezze o di riconoscimenti, è proprio in questa libertà che il Vangelo rivela tutta la sua forza trasformante.

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